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SVENTOLIAMO LE BANDIERE

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“Nascere romani e romanisti è un privilegio, fare il capitano di questa squadra è stato un onore”. Con queste parole, il 28 maggio 2017,  Francesco Totti si congedava da calciatore con il suo popolo. Simbolo della Roma e della romanità, l’ex capitano giallorosso ha sintetizzato con una frase semplice, ma densa di significato, il suo rapporto con questi colori. Vivere nella capitale e tifare la squadra che porta il suo nome è sempre e comunque un privilegio, che non proviene dai trofei o dalle vittorie, bensì dai valori che la Roma trasmette, dall’insieme di emozioni, da quella “voglia di stringersi un po’ ”.  In un calcio in cui il padrone è il denaro e in cui è il guadagno a fare da traino nella carriera di molti giocatori, gli uomini esistono ancora e la Roma può ancora goderseli. Roma ha molti figli. Da Ferraris IV a Bernardini, da Masetti ad Amadei, da Di Bartolomei a Conti, da Guarnacci a Giannini, per poi arrivare a quella Trinità venerata dai sostenitori romanisti negli ultimi anni: Totti, De Rossi e Florenzi.

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Dopo l’addio del numero 10, sono rimasti gli ultimi due a portare il nome di Roma in giro per l’Italia e per l’Europa. Da loro ci si aspetta sempre qualcosa in più, ci si aspetta una rappresentazione totale dello spirito romano e romanista e questo spesso li rende facili bersagli a polemiche e a critiche anche piuttosto pesanti. E’ successo in passato a Daniele, preso di mira in seguito al suo rinnovo da 6 milioni all’anno, così come al “Bello de nonna” a causa delle prestazioni non proprio esaltanti del mese di gennaio. Infatti i tifosi, non soddisfatti del suo rendimento (oltre che di quello dell’intero gruppo), hanno lamentato le mancate scuse sotto la Curva Sud da parte di tutta la squadra in seguito alla sconfitta in Roma-Sampdoria, imputando a Florenzi (in quella partita capitano),  la colpa di non aver portato i compagni sotto il settore giallorosso.

Non è facile essere romanisti, figuriamoci essere allo stesso tempo tifosi e capitani della Roma. Ma avere bandiere intoccabili è sempre positivo? E’ ovvio che la romanità non basta per vestire la maglia giallorossa (una rosa di oltre un milione di giocatori sarebbe di difficile gestione), ma bisogna avere anzitutto le qualità tecniche per farlo. In merito a tale questione, c’è chi vorrebbe veder partire Florenzi a giugno. C’è chi, sentendo la notizia di un suo possibile rinnovo con un sostanzioso aumento dell’ingaggio, già gli dà del mercenario, inconsapevole delle varie offerte arrivate negli scorsi anni da club come il Barcellona, che offrivano al vice-capitano giallorosso cifre ben più elevate di quelle che percepisce nella capitale. Va detto, però, che quasi nessuno può definirsi intoccabile. La Roma è uno dei principali club in Italia e l’affetto per la maglia non rende automaticamente un calciatore imprescindibile ma, tuttavia, il passato non è da riporre in un cassetto, non va dimenticato. I veri trofei della Roma non sono quelli in bacheca, ma quelli che in campo indossano e onorano la maglia giallorossa. Voltare le spalle e liquidare in malo modo chi ha dato e dà tanto per questa squadra non è da tifoso romanista, non è da colui che “è sempre er più”. Spesso si fanno gli esempi di squadre con più titoli, che non hanno paura di mandare via calciatori attaccati alla maglia ma senza qualità tecniche. Ma a Roma non c’è la nebbia, a Roma c’è il Sole, ci sono giornate splendide che scaldano il cuore e ti fanno sentire vivo, ti fanno capire come siano più importanti i valori piuttosto che il guadagno e il profitto. E’ questa la Roma. Spesso valgono di più i sussulti, la gratitudine, la devozione, l’amore, piuttosto che scudetti, trofei e vanagloria. Il sentimento, in fondo, è ciò che spinge un ragazzino, un padre di famiglia o anche un vecchio abbonato ad andare ogni domenica allo stadio a gridare, a piangere, a cantare. Le emozioni sono in grado di colorare la vita delle persone e, una cosa è certa, non si possono né si potranno mai comprare, ma soltanto vivere. Il capitano di una squadra è, nella maggior parte dei casi, la rappresentazione degli ideali che il club incarna, e che trova una perfetta corrispondenza nel fervore incondizionato e gratuito dei propri sostenitori. Essere nati sotto il segno dei colori di questa città porta a scoprire un grado di bellezza superiore e a far prevalere il proprio amore su ogni tentazione esterna che potrebbe essere capace di intaccare il proprio animo. La stima, il rispetto, la gratitudine, l’incorruttibilità sono valori che non restano mai inosservati, specialmente da queste parti. Per questo, il 28 maggio 2017, lo Stadio Olimpico di Roma era pieno. Per questo, in quel giorno, 70.000 persone sono rimaste in piedi per ore. Per questo, l’ultima partita di campionato, su cui gravava un sostanzioso peso a livello economico, non è stata altro che l’ultimo bacio ad un grande amore.

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Questa è una data che è destinata a non essere mai seppellita dalle sabbie del tempo, perché all’interno di quello stadio c’erano esponenti di quattro generazioni diverse, che potranno dare la loro imperitura testimonianza di un legame epocale e senza pari nel mondo dello sport. Tuttavia, in quella domenica, nessuno dei presenti temeva per la fascia, nessuno sentiva il pericolo di una cattiva rappresentanza, nessuno aveva paura che quell’addio avrebbe trascinato con sé dei valori propugnati per 90 anni. No, non è stato così, perché, abbracciato a Francesco nell’atto di contemplare la Sud, c’era un altro romanista la cui carriera non ha avuto altri colori. C’era un uomo con le spalle larghe e con il cuore talmente grande da poter contenere l’intera città. E’ così da decenni, ormai, ed è diventata una tradizione che rende tutti più orgogliosi ogni volta che la Roma scende in campo.

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