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IL NOSTRO VANTO

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Ci sono persone che non hanno una carriera normale, né tantomeno una vita normale. C’è chi resta negli annali del calcio, chi nell’immaginario collettivo, chi addirittura nella storia. Quando capisci che il tuo nome rimarrà scolpito nell’eternità? Nel momento in cui alzi un trofeo importante? Non sempre.

Ci sono uomini la cui normalità li ha resi fuori dal comune, le cui gesta assumono caratteristiche eroiche, talvolta divengono proverbiali. C’è chi con un semplice sguardo riesce a trasmetterti tutto il suo mondo, tutta la sua interiorità.

Quello di Daniele De Rossi non è un mondo come gli altri, è stato il destino a volerlo. Troppe cose suonano profetiche, tanti sono stati gli smacchi, altrettante le riprese sempre in nome di due colori da difendere.

De Rossi è la prova di come sia importante perorare sempre la propria causa, di come ammettere i propri errori distingua l’essere umano da chi vive nell’adorazione di se stesso.

Daniele non ha avuto altro amore se non la Roma, ormai è risaputo, quasi scontato, dal momento che la sua anima giallorossa si palesa di continuo, anche negli attimi di silenzio, espressa da uno sguardo profondo, penetrante, che contiene tutto ciò che l’Olimpico vorrebbe vedere.

“A’ regà! 3-0!”. La rincorsa prima di calciare quel rigore è durata una vita e dopo il tiro non si è fermato, ma ha seguito il pallone per prenderlo di prepotenza e portarlo al centro del campo. Si riferisce a tutti i suoi, non solo i dieci compagni in campo che pendono dalle sue labbra, ma anche a tutti i romanisti. 3-0, va fatto. Una bandiera nella Sud recita “E’ ‘na questione de core”. Daniele fissa lo stendardo, che al suo gol si leva al cielo, che invoca l’indulgenza di un Dio del calcio che troppe volte è stato malevolo nei confronti della Roma. Lo scruta e fa il gesto delle tre reti, è stato il primo a pensarlo. Il cuore ha avuto la meglio sul piattume e sulla monotonia del pronostico.

A fine partita alza le braccia verso la Curva giallorossa, non con la pretesa di essere omaggiato, di ricevere ovazioni e quant’altro, ma con il solo intento di festeggiare insieme ai suoi fratelli, ai suoi Ultras, di cui porta sul terreno di gioco lo stile, la voglia di essere presente in maniera vigorosa. Fin troppo veemente era stato il suo contributo all’andata, ma ciò che ne è venuto fuori alla fine di tutto non è altro che grasso che cola, che alimenta una storia affascinante.

Ha raggiunto Totti, è il giocatore ad aver vestito la maglia della Roma in più occasioni in Champions League, 57. E’ sempre legato al suo fratello di latte. Romolo e Remo, ma con un destino diverso. Questi ultimi risolsero la loro rivalità con il sangue, con il fratricidio, tra Francesco e Daniele non è mai stato conflitto, solo collaborazione e condivisione in nome di un amore comune.

Era facile, in queste condizioni, sentirsi oscurati, sentirsi privati di un riconoscimento che, inevitabilmente, andava per la maggior parte delle volte al numero 10, a colui che crea, e raramente al mediano, allo scudo. Ma Daniele, da tifoso di Totti e, soprattutto, della Roma, non ha mai messo sé in primo piano. Questo stesso record, che ora ha raggiunto, ha valore solo perché ottenuto proprio con questa squadra, da capitano, nella partita dei sogni, nei novanta minuti che cambiano tutto, con la possibilità imminente di arrivare a 58. L’addio di Francesco è stato una prova, il momento di diventare grande, di essere nominato capitano. Un passaggio di consegne epocale nella storia della Roma tra i due giocatori più rappresentativi del club e a cui Daniele ha risposto presente, come sempre, non tirandosi indietro proprio sul più bello.

Le spalle si sono allargate, il 30 ottobre 2001 avveniva l’esordio assoluto, proprio in occasione di una gara di Champions, contro l’Anderlecht, in una Roma scudettata i cui nomi facevano paura. Ora non è più tempo per guardare indietro, le presenze sono tante, quasi innumerevoli, i gol belli quanto le sue esultanze. Tutti sanno che il capitano è lì, che la sua vena è sempre gonfia, che il suo cuore è sempre grande, che l’animo non vacilla mai, nonostante le delusioni.

Ha portato il suo mare all’Olimpico, quello della costa Ostiense, quella massa d’acqua salina immensa, impetuosa, cristallina, trasparente, affascinante. A volte, però, la tempesta imperversa e il mare si agita, non risparmia imbarcazioni, a volte si crea lo tsunami. A Daniele non è successo poche volte, anzi. Gli episodi sono fissi nella mente di tutti, la polvere innalzata è stata eccessiva. Troppe chiacchiere, troppo moralismo, pochissima riconoscenza. Non tutti dimenticano, sicuramente chi rappresenta al massimo l’anima romanista si mette una mano sul cuore in certi frangenti. La dimostrazione? E’ Roma-Spal. Daniele non scende in campo a causa dello schiaffo rifilato a Lapadula, costatogli due giornate di squalifica. In Curva Sud non c’è spazio per le chiacchiere: “SANGUE ROMANO, DDR NOSTRO CAPITANO!!”, questa la sentenza emessa dal settore giallorosso in uno striscione. Daniele non si tocca, la città difende sempre suo figlio. Chi dà tutto per questa squadra non cade nell’oblio, non viene abbandonato come la più pesante delle zavorre. Chi ama De Rossi, ama la Roma e chi ama la Roma non può fare a meno di amare De Rossi.

 

 

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